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Pestilenza e cittadinanza – di Elena Fabbro


ELZEVIRO – 10 aprile 2020

Pestilenza e cittadinanza

di Elena Fabbro


“Elzeviro” è una nuova iniziativa dipartimentale, un esperimento che ha lo scopo di aumentare la circolazione delle idee e il confronto degli argomenti all’interno del Dipartimento. Non ci sarà periodicità, né scelta prefissata dei temi, purché di interesse generale: è una pagina bianca messa a disposizione di tutti, sulla quale possiamo tutti intervenire.
Le proposte di contributo devono essere inviate a: sitowebde.dium@uniud.it.

Pestilenza e cittadinanza


Se in questi giorni rileggiamo Tucidide e la sua descrizione della peste che colpì Atene nel 430 a.C., la nostra prima sensazione, non solo per la problematica trattata ma per il tragico spessore dell'analisi, è quella di una impressionante attualità dell’antico.
Certo la nostra situazione è ben migliore di quella degli Ateniesi del quinto secolo, a cominciare dal fatto che la sinistra associazione metaforica tra malattia e guerra, diventata in questi giorni pervasivo luogo comune, per loro era concreta perché affrontavano insieme peste e guerra, il che consentiva all’opinione vulgata ateniese di sostenere che erano stati gli Spartani ad avvelenare i pozzi. Se facciamo riferimento alla guerra economica, ultima versione della guerra fredda, qualche analogia recentissima nelle fake news circolanti ci viene in mente.
L’altro vantaggio è la nostra fiducia nella scienza medica, mentre Tucidide non può che accertare la sconfitta della medicina. Peraltro l’ignoranza che i medici ateniesi constatavano nei confronti del male sconosciuto è affine all’atteggiamento umile e avveduto che conservano i nostri scienziati nel momento in cui si trovano ad esercitare sul Paese un’impensabile leadership intellettuale; come pure la dedizione di chi cura gli altri esponendo se stesso risulta senza nessuna retorica idealizzante dall’affermazione di Tucidide (pur privo di strumenti statistici) che proprio i medici furono la categoria più colpita.
L’aspetto più interessante è peraltro costituito dall’analisi delle mutazioni che la pestilenza determina nel corpo sociale: a partire dal sovvertimento delle usanze funebri – un tema che anche in questi giorni ci colpisce nel modo più doloroso – si arriva a delineare l'emergere di una generale anomia (illegalità): la coscienza della propria fragilità induce ciascuno alla ricerca dell'interesse privato e del piacere e l’impunità è assicurata perché la malattia è più veloce del corso della giustizia.
C’è da chiedersi quanto questo individualismo incontrollato sia avvertibile come deviazione o rischio di una democrazia imperiale che si credeva invincibile mentre si lanciava nella guerra che avrebbe segnato la sua fine e a cui Tucidide non risparmia aspre critiche.
In quegli stessi anni Sofocle dava nell’Edipo Re una rappresentazione della pestilenza che pone in termini del tutto diversi il rapporto tra popolazione e autorità costituita: qui il popolo, per bocca del sacerdote che ne è il portavoce, si definisce un soggetto unitario, non differenziato per classi d’età e tanto meno per individui e nella sua totalità esprime fiducia esclusiva nei confronti del sovrano che lo ripaga con sollecitudine ed empatia, posponendo il proprio benessere a quello comune.
Certo, una rappresentazione tragica ha natura diversa da un resoconto storico, ed è comunque escluso che l’Edipo Re sia un encomio della monarchia assoluta (le vicende tragiche sono obbligatoriamente collocate nei regni mitici); chiama in causa tuttavia la deontologia del sovrano, delineando un modello di convivenza civile tanto produttivo da fondare il mito settecentesco della monarchia illuminata e da trovare quel punto d’equilibrio tra affermazione del privato e interesse pubblico che resta l’obiettivo centrale della cultura politica: si pensi al dibattito, attivo in questi giorni, che si interroga fino a che punto un regime democratico sia in grado di operare una repressione efficace dei comportamenti sociali che in un’epidemia danneggiano la comunità oltre che se stessi, a confronto coi regimi che prevedono uno stretto controllo della sfera individuale.