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Resistenza e resilienza – di Elisabetta Borgna


ELZEVIRO – 5 GIUGNO 2020

Resistenza e resilienza

di Elisabetta Borgna


“Elzeviro” è una nuova iniziativa dipartimentale, un esperimento che ha lo scopo di aumentare la circolazione delle idee e il confronto degli argomenti all’interno del Dipartimento. Non ci sarà periodicità, né scelta prefissata dei temi, purché di interesse generale: è una pagina bianca messa a disposizione di tutti, sulla quale possiamo tutti intervenire.
Le proposte di contributo devono essere inviate a: sitowebde.dium@uniud.it.

Resistenza e resilienza - copertina

 
Nel linguaggio corrente la parola resilienza è molto utilizzata e ha superato in popolarità la resistenza, che, sinonimo di rigidità, assume un'accezione negativa. Resistendo ci si spezza e si soccombe. A me piace conservare, per senso della memoria, un legame di simpatia nei confronti della resistenza, ma ammetto che esercitarla a oltranza può essere dannoso. La resistenza può, e deve, costituire una strategia immediata di opposizione al male, ma potrebbe risultare inefficace nel lungo periodo, quando negoziazione dignitosa e regressione felice utilmente le subentrano.
In archeologia la resiliency theory è stata recepita nell'interpretazione delle trasformazioni culturali indotte da fenomeni catastrofici rendendoci chiaro che, laddove la resistenza ha prodotto macerie fumanti, la resilienza ha consegnato il testimone di straordinarie eredità culturali alle generazioni a venire.
Alla fine della preistoria, ad esempio, verso il 1250 a.C., alcune comunità cretesi, fondando l'economia di montagna e adattandosi a condizioni ambientali avverse, trasmisero l'eredità di Cnosso e Micene alla Grecia di età storica contribuendo alla nascita della polis, mentre le autorità centrali perivano sotto le macerie dei loro palazzi. Molto prima, a partire da 5500 anni fa, si era verificato il drammatico declino delle società neolitiche in Europa, forse dovuto alla diffusione della Yersinia pestis. Fu l'estremo affollamento dei villaggi a innescare la molla della pandemia o furono le popolazioni migranti dell'Eurasia a portare con sé il batterio della peste. La mobilità fu allora una risposta e divenne un modello di vita per molti secoli, ma conquiste irrinunciabili – stanzialità, sussistenza integrata, pratiche sociali di condivisione comunitaria – non andarono perdute e nulla dovette essere re-inventato. Ci vollero certo coraggio e capacità di riorganizzazione.
Al coraggio e alla capacità di rinascita penso di fronte ai locali aperti e ai gestori al lavoro; e se per caso noto affollamenti un po' più consistenti confesso di non essere soltanto colta da impulso di fuga o biasimo; penso al coraggio e alla volontà di riorganizzazione, due ingredienti della resilienza al male.
Nella fase della resistenza al Covid-19 uno strumento irrinunciabile è stato il lavoro da remoto, un modello non sempre accolto positivamente dai lavoratori, che soffrono la condizione di una continuità lavorativa senza orari e senza il riconoscimento degli straordinari. Sicché è forse possibile associare lo smart working a oltranza a una forma di resistenza prolungata, per mancanza di coraggio e flessibilità, e talora forse per interessi economici.
La resistenza al virus è dunque restare chiusi a casa, la resilienza è uscire e riorganizzarsi in maniera assennata. In questo tempo sospeso, in cui non ci è possibile fare progetti, logorante per molti di noi che non sanno se potranno compiere le proprie missioni nel prossimo futuro, auspico di vedere un'università viva e coraggiosa, resiliente – con prudenza e consapevolezza – piuttosto che resistente.