Università degli Studi di Udine

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Security Advisor

Security Advisor

Francesca Cioè

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Laureata in Archeologia; dottore di ricerca in Scienze dell’Antichità
Università degli Studi di Udine

Francesca Cioè

Security Advisor


Laureata in Archeologia; dottore di ricerca in Scienze dell’Antichità
Università degli Studi di Udine

Security Advisor

Mi chiamo Francesca Cioè. Dopo aver conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio J. Stellini di Udine nel 1999 e, nel 2005, la laurea quadriennale (vecchio ordinamento) in Archeologia con una tesi in Storia del Vicino Oriente antico presso l’Università di Udine, ho proseguito i miei studi con un Dottorato di ricerca in Scienze dell’Antichità, svolgendo contemporaneamente per un decennio la professione di archeologo in Italia e all'estero.

Dal 2015 mi occupo professionalmente di ethical hacking, cyber intelligence e cyber security. Attualmente sono Security Advisor presso il Security Operation Center di Infocamere, azienda che si occupa della gestione ed erogazione di servizi informatici per le Camere di Commercio d’Italia.

L'Intervista

Cosa L’ha portata a scegliere gli studi umanistici?

Una forte curiosità e, soprattutto, l’esigenza – fin da giovanissima – di capire la complessità della realtà umana e sociale in cui siamo immersi. Sin dagli studi liceali materie come greco, latino, letteratura, storia dell’arte mi permettevano di viaggiare nello spazio e nel tempo esplorando le dimensioni del pensiero e la sua evoluzione. Mi rendevo conto che avere la possibilità di sviscerarne la complessità in ogni suo aspetto mi consentiva di avere maggiore consapevolezza del presente.
Cercavo risposte, ma ho imparato a porre e pormi le giuste domande che sono alla base del pensiero critico umanistico e scientifico.

Ha mai effettuato soggiorni all’estero nell’ambito della Sua formazione universitaria?

Sì, in Libano, Siria e Iraq. Sono stata membro delle missione a Tell Mishrife (Siria) e di Land of Nineveh Archaeological Project (LoNAP), entrambi progetti dell’Università di Udine.

Che ruolo ha avuto la formazione umanistica nella professione che ha svolto?

Durante i miei dieci anni da archeologa professionista, la formazione ricevuta dall’Università ha giocato un ruolo chiave – non solo, per ovvie ragioni, la parte “teorica”: ho imparato il mestiere nei campi scuola (mi vengono in mente gli scavi protostorici di Variano di Basiliano e quelli di Aquileia cui ho partecipato svariati anni fa, entrambe esperienze formative eccellenti) e al seguito delle missioni archeologiche all’estero in Siria e Iraq, tutte organizzate dall'Università di Udine. Queste esperienze sul campo mi hanno inoltre insegnato a lavorare in condizioni di disagio, fatica e difficoltà, fattori che si sono rivelati utili anche a posteriori in diversi contesti professionali

Attualmente, in quanto Security Advisor, il mio ruolo non si limita solo alla parte "tecnica" della cyber security, ma si concentra soprattutto sulla cyber intelligence. L’attività di cyber intelligence si traduce, detto molto brevemente, in analisi e sintesi di ingenti quantità di dati eterogenei da fonti molteplici (chiamati Big Data), finalizzate a ricostruire – in maniera "globale" e complessa – eventuali scenari di minaccia informatica. Di conseguenza, tutto ciò permette di ipotizzare comportamenti malevoli, formulare adeguate strategie difensive e predisporre le migliori risposte per fronteggiare gli eventuali pericoli digitali. Un approccio non troppo dissimile da come andrebbe affrontata la ricerca archeologica in ottica moderna, anch’essa basata sulla raccolta, analisi e sintesi di “big data” al fine di comprendere e ricostruire scenari e processi antropici all’interno di una narrazione storica.

Posso affermare che la formazione umanistica mi ha permesso di maturare una forma mentis critica, adeguata a soddisfare diverse esigenze lavorative e rapportarsi ai problemi più disparati – e ovviamente risolverli – con una continua azione di analisi e sintesi.
Parafrasando Luciano Canfora, gli studi umanistici insegnano a “ragionare e resistere”, offrendo alla mente – come dice Dario Antiseri – “problemi da risolvere” e non semplici “esercizi da eseguire”.

Ritiene che gli studi umanistici possano aprire la strada a diversi percorsi professionali?

Posso confermare che la formazione umanistica – nel mio caso liceale, universitaria e post-laurea – ha sicuramente favorito la maturazione delle cosiddette competenze trasversali, o soft skills, (ad esempio la capacità di analisi e sintesi, relazione, problem solving, comunicazione, adattabilità a diversi ambienti culturali, indagine dei rapporti di causa-effetto, spirito di iniziativa, flessibilità, visione d'insieme, approccio multidisciplinare, attenzione al dettaglio, ecc.).
Secondo lo Stanford Research Institute International, il 75% del successo di un lavoro a lungo termine dipende dalla padronanza delle soft skills e solo il 25% da competenze tecniche (le hard skills). La tendenza è, ormai, quella di superare l’anacronistica dicotomia tra cultura scientifica e umanistica e, in quest’ottica, le aziende richiedono sempre più figure in grado di comprendere e gestire la complessità in ogni ambito: pertanto, la ricerca di risorse umane non si limita unicamente ai titoli e percorsi accademici conseguiti.
Di fatto, le competenze trasversali ritenute competitive esulano spesso dalle mere abilità “tecniche” che si possono, comunque, acquisire anche in un secondo momento. In particolare, le industrie del digitale e del tech si stanno rivelando tra le più interessate ai laureati in possesso del background intellettuale fornito da studi umanistici, di cui uno dei punti di forza è la predisposizione alla flessibilità e la capacità di risolvere problemi utilizzando un pensiero laterale. Ad esempio, esperti in linguistica e semiotica possono risultare fondamentali in alcuni processi di istruzione dell’Intelligenza Artificiale, e, sempre nell’area del rapporto uomo-macchina, risultano particolarmente apprezzati filosofi, antropologi e sociologi come automation ethicist: specialisti chiamati a valutare gli impatti economici, etici e sociali di robotica e automazione.

Oltre alle contingenze della tecnologia, però, la versatilità dei laureati in materie umanistiche nasce da una “predisposizione psicologica”. Chi si iscrive a Lettere antiche oppure Archeologia ha già coscienza del fatto che potrà o dovrà reinventarsi in un ambito diverso da quello di studi, applicando altrove la duttilità di pensiero acquisita, e ciò predispone, dal punto di vista della reazione psicologica, a una certa versatilità: l’umanista del futuro sa che andrà ad affrontare situazioni e problematiche diverse da quelle studiate.

Cosa direbbe ad un giovane che si sta orientando tra i diversi percorsi di studio?

Di scegliere, almeno per la laurea di primo livello, discipline che forniscano solidi strumenti in grado di affinare le capacità di problem solving, logica e pensiero critico. Avrà tutto il tempo, in futuro, di specializzarsi in campi più settoriali, acquisendo competenze tecniche più specifiche e, apparentemente, di più immediata professionalizzazione e spendibili sul mercato del lavoro.

Per concludere vale la pena ricordare che Stewart Butterfield, fondatore di Slack e di Flickr, è laureato in Filosofia a Cambridge; Susan Wojcicki, la CEO di Youtube, prima della laurea e del MBA in Economia ha ottenuto un B.A. in Storia e Letteratura ad Harvard; Carly Fiorina, ex CEO della Hewlett-Packard, è laureata in Storia Medievale a Stanford; il compianto Sergio Marchionne era laureato in Filosofia, e gli esempi citabili sono ancora numerosissimi.